L’intelligenza artificiale non è un destino

La nuova accusa di Thiel a Papa Leone.
Questo scontro ha una portata che sarebbe un errore ridurre a una scaramuccia tra un miliardario e un Papa. Ed è Thiel a cercarlo sul terreno della delegittimazione personale. Leone ha aperto e tiene aperto il confronto da sempre, basta come esempio l’aver invitato alla presentazione dell’enciclica anche un rappresentante dell’industria dell’AI. Ma le Big Tech non hanno scritto una sola riga della Magnifica Humanitas. Il Papa le ha invitate al dialogo, senza affidare loro la definizione dei criteri con cui giudicarne il potere. Si può riconoscere un interlocutore e chiedergli conto del potere che esercita.
Da come affronteremo questo confronto dipende una parte del nostro futuro: la possibilità di governare insieme la trasformazione tecnologica, di distribuirne i benefici e di porre limiti a chi ne concentra il controllo. Per questo la Magnifica Humanitas va presa sul serio anche fuori dalla Chiesa. Potete essere cattolici, cristiani di altre confessioni, buddisti, appartenere a qualsiasi altra religione o non credere in nessuna: le questioni che solleva riguardano le condizioni nelle quali vivremo tutti.
Leggetela, discutetela, contestatene ciò che non condividete, portatela nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nel dibattito politico. Non abbandonatela in nessun recinto, né lasciate che venga liquidata come la paura di un’istituzione incapace di capire il progresso. Dentro quelle pagine c’è una riflessione sul potere che merita di diventare patrimonio della discussione pubblica. Lasciarla sola significa lasciare più spazio a chi pretende di decidere il futuro anche per noi.
Peter Thiel accusa Leone XIV di alimentare le paure sull’intelligenza artificiale per guadagnare popolarità e distogliere l’attenzione dagli scandali degli abusi sessuali nella Chiesa. È libero di criticare chi vuole, Papa compreso. Ma attribuire al pontefice queste intenzioni, senza dimostrarle, permette di evitare il confronto con ciò che sostiene e con gli interessi che mette in discussione.
La Magnifica Humanitas afferma cose semplici ma necessarie: l’AI non è un destino, le sue possibilità vanno riconosciute e il suo sviluppo sottoposto al discernimento, perché il potere tecnologico risponda alla dignità delle persone e al bene comune. Possiamo utilizzare e sviluppare questa tecnologia chiedendo che chi ne possiede le infrastrutture risponda delle proprie scelte e incontri dei limiti.
È questa apertura a rendere la posizione di Leone scomoda. Guardare con interesse all’AI e contestare la concentrazione del suo potere rende più difficile liquidare ogni critica come paura del progresso. Permette di chiedere chi decide, chi beneficia, chi paga i costi sociali e quale spazio rimane alle comunità per scegliere. A mio avviso, lo scontro riguarda anche il monopolio dell’interpretazione del futuro: la pretesa che chi costruisce e finanzia la tecnologia abbia un’autorità superiore nel decidere come dovremo vivere.
L’evocazione dell’Anticristo da parte di Thiel introduce qui un’asimmetria morale. Il pericolo del dominio viene cercato nella prospettiva di un governo mondiale che prometta sicurezza attraverso il controllo della tecnologia, mentre il potere di chi possiede le infrastrutture rimane al riparo da un sospetto altrettanto radicale. Perché la concentrazione del potere pubblico dovrebbe minacciare la libertà e quella del potere privato garantirla? Anche attraverso la proprietà di server, modelli e dati si possono costruire dipendenze, condizionare le istituzioni e restringere le possibilità di scelta.
Il Catechismo mette in guardia dallo pseudo messianismo in cui l’uomo prende il posto di Dio e pretende di realizzare nella storia la salvezza definitiva. È un criterio che dobbiamo applicare anche ai potenti delle Big tech quando promettono salvezza, immortalità, un’etica decisa da loro e il superamento di ogni limite. Chi evoca l’Anticristo davanti alla prospettiva di un governo mondiale dovrebbe interrogarsi anche sull’idolatria delle infrastrutture. Il potere privato non diventa innocente perché si presenta come innovazione.
Thiel impone il cristianesimo come bandiera e lo respinge quando chiede responsabilità economiche. La dottrina sociale subordina il profitto alla dignità delle persone e al bene comune. Accogliere la fede quando mobilita gli elettori e screditarne la guida quando chiede conto della ricchezza significa selezionare del cristianesimo ciò che legittima il proprio potere, scartando ciò che lo limita.
L’ambizione di Thiel è radicale: sostituire la decisione democratica con il determinismo tecnologico e ancor prima colonizzare la spiritualità, piegando la domanda umana di senso a una fede ibrida in cui le promesse dell’AI prendono il posto della salvezza. Considero la spiritualità una delle poche risorse profonde che possono aiutarci ad attraversare questo passaggio epocale, perché ci permette di cercare il senso della vita senza farlo coincidere con ciò che siamo capaci di produrre, prevedere o controllare. Una spiritualità che ci educa al limite, alla relazione, alla responsabilità verso gli altri e ci ricorda che una persona conserva intero il proprio valore anche quando non è efficiente, produttiva o utile a qualcuno. Per questo non sono disposto a consegnarla a chi possiede le infrastrutture: significherebbe affidare agli stessi soggetti che cercano di governare le nostre condizioni di vita anche i criteri con cui giudicarle, lasciando che siano loro a definire che cosa merita di essere desiderato, perseguito e sacrificato.
Difendere la possibilità di un discernimento etico e politico sull’IA significa mantenere alle persone e alle comunità il diritto di scegliere, di negoziare e di rifiutare. La proprietà di una tecnologia non può attribuire anche la sovranità sul futuro di chi dovrà viverci.