Dopo la tragedia di Crans-Montana, davanti al dolore enorme di chi non c’è più e di chi resta a piangere, ogni parola dovrebbe nascere con cautela, sapendo che non tutto può, né deve, essere spiegato.
Sui media e sui social si è affermata rapidamente una lettura: davanti al fuoco e al pericolo molti si sarebbero messi a filmare, come se questo bastasse a certificare una mutazione antropologica ormai compiuta e a definire i giovani come deboli, vigliacchi o coraggiosi per colpa anche della tecnologia. È una scorciatoia interpretativa; non sappiamo perché chi lo ha fatto lo abbia fatto. Dare per scontato che si trattasse di comunicazione, testimonianza o desiderio di visibilità è un salto logico che non regge. I nodi da affrontare sono pochi ma densi, e vanno tenuti insieme senza scivolare né nel moralismo né nell’entusiasmo tecnologico.
Il primo è antropologico. Davanti al pericolo l’essere umano non sceglie nel senso forte del termine ma reagisce. Fuga, agitazione, ripetizione meccanica di gesti noti. Il gesto di fissare ciò che accade, guardare, raccontare, ricordare, è antichissimo. Cambia il supporto, non il bisogno; la fotografia mentale, il racconto orale, l’incisione, il diario, il filmato sono variazioni tecniche di uno stesso tentativo di contenere l’evento. Trattare lo smartphone come la causa di una mutazione antropologica significa confondere il mezzo con il riflesso.
Il secondo nodo è psicologico. Dare per scontato che filmare significhi comunicare è un errore concettuale. In condizioni di shock, la registrazione può funzionare come distanza protettiva: trasformare l’esperienza in superficie osservabile per non esserne travolti. È una forma di anestesia cognitiva, non di linguaggio. Non sto dicendo qualcosa, ma sto rendendo l’evento guardabile, quindi tollerabile. In questo senso il video non è un messaggio ma un contenitore. Non è detto che sia espressione, l’evento non viene negato, ma viene spostato su un piano più gestibile. Ignorare questa possibilità significa proiettare intenzionalità dove potrebbe esserci solo sopravvivenza psichica.
Il terzo nodo è sociologico e è quello che viene sistematicamente eluso; se il gesto non è nuovo, l’ambiente sì. Non perché genericamente digitale, ma perché progettato come ecosistema. L’ambiente tecnico contemporaneo abbassa drasticamente la soglia tra percezione e registrazione: lo strumento è sempre acceso, sempre in mano, sempre pronto. In una situazione di stress estremo l’organismo prende la via più immediata, non quella più razionale. Qui non c’è una nuova postura umana o spirituale, ma una convergenza tra riflessi umani antichi e architetture tecniche recenti. Senza interrogare chi disegna queste architetture e con quali incentivi, l’analisi resta incompleta.
C’è poi un nodo simbolico, spesso romanticizzato; parlare di documentare per esistere rischia di rovesciare il problema. È possibile che, in certe situazioni, si registri non per esistere di più, ma per non sparire dentro l’evento. Non per lasciare traccia, ma per non essere interamente assorbiti da ciò che accade. La registrazione come fragile ancora di realtà, non come spettacolarizzazione. Questo non assolve nulla, ma complica il quadro.
Definire quei giovani deboli, fragili, vigliacchi o coraggiosi resta così un gesto umano comprensibile ma non chiude. La questione reale è più scomoda: stiamo osservando la sovrapposizione tra riflessi umani antichi e ambienti tecnici che li rendono automatici, rapidi, non mediati dalla riflessione. Non è il filmare in sé il problema, il problema è la necessità immediata di filmare per riuscire a stare nell’esperienza.
Quei filmati poi circolano immediatamente sui social e sui giornali e diventano contenuto, traffico, visibilità, soldi prima di cronaca. Non si possono tenere insieme queste due cose senza nominare il cortocircuito: un gesto forse non intenzionale, nato dentro una situazione di shock, che viene subito intercettato, normalizzato e valorizzato da un sistema che invece è radicalmente intenzionale.
Qui non conta l’intenzione di chi filma, ma la logica dell’ambiente che accoglie quel gesto. Un ambiente che trasforma qualsiasi immagine in flusso, qualsiasi flusso in attenzione, qualsiasi attenzione in valore soprattutto economico. In questo passaggio si consuma lo scempio: ciò che nasce come tentativo di contenere l’esperienza viene riletto e riassorbito come comunicazione, come prova, come contenuto. Non perché necessariamente lo fosse in origine, ma perché il sistema non conosce altro linguaggio.
C’è una grande asimmetria tra un comportamento umano fragile e un’infrastruttura perfettamente attrezzata per catturarlo. È in questa asimmetria che il cortocircuito smette di essere accidentale e diventa strutturale. È a questo punto che la chiamata in causa degli adulti come figure che dovrebbero restituire il metodo migliore e cosa fare è una consolazione etica dove invece servirebbe un conflitto politico e culturale. Il problema non è esserci come adulti, ma capire chi quel confine lo ha tracciato, chi lo governa e chi lo monetizza. Non è una questione di educazione o di esempi morali, ma di architetture di potere: di ambienti progettati in modo tale che, nel mezzo di un incendio, il gesto più immediato diventi per molti per difendersi alzare un rettangolo luminoso invece di scappare o aiutare. Spostare tutto sulla responsabilità individuale o generazionale serve solo a non nominare chi ha costruito le condizioni di quel comportamento.
Siamo piccoli davanti a ciò che abbiamo messo in moto e fingere il contrario ci rende solo più fragili. Riconoscere il limite, anche di questo mio tentativo di analisi, senza alibi e senza condanne, è forse l’unico spazio in cui può entrare la misericordia, non come indulgenza, ma come possibilità di restare umani dentro qualcosa che ci supera.
Immagine: il sito di Crans Montana a lutto, con il booking…