Peter Thiel a Roma non è un pellegrino

Tra pochi giorni Peter Thiel arriverà a Roma per parlare dell’Anticristo. Già questa semplice notizia contiene una scena che merita di essere osservata con attenzione. Non è affatto scontato che uno dei principali architetti dell’infrastruttura tecnologica contemporanea scelga proprio la città che per due millenni ha custodito, discusso e trasformato la teologia cristiana per riflettere su una figura escatologica come quella dell’Anticristo.
La Silicon Valley, dove Thiel vive e opera, è il luogo dove si progettano piattaforme digitali, modelli di intelligenza artificiale e sistemi informatici globali; Roma invece è uno dei pochi spazi al mondo in cui parole come Anticristo, verità, male e storia non appartengono alla retorica ma a una tradizione interpretativa stratificata che attraversa secoli di pensiero teologico e politico. Che un imprenditore tecnologico porti lì una diagnosi della politica contemporanea non è quindi una semplice provocazione. È il segno che una parte dell’élite tecnologica americana sta cercando di collocare il proprio potere dentro categorie molto più antiche della stessa tecnologia che produce.
Liquidare, lo leggo spesso in questi giorni, Thiel come un eccentrico ciarlatano della Silicon Valley sarebbe un errore analitico e la sua traiettoria mostra esattamente il contrario. Nel 2016 fu uno dei pochi grandi imprenditori tecnologici a sostenere apertamente Donald Trump quando l’intero ecosistema della Valley si muoveva nella direzione opposta. Quel sostegno non fu simbolico: Thiel parlò alla convention repubblicana, finanziò la campagna e contribuì a legittimare Trump dentro ambienti tecnologici che lo consideravano un outsider politico. Negli anni successivi la sua influenza si è vista anche nella costruzione di nuove figure politiche, la più evidente delle quali è JD Vance. Prima di diventare senatore e poi vicepresidente degli Stati Uniti, Vance lavorava nel mondo del venture capital proprio dentro la rete di Thiel, che ne ha sostenuto la carriera politica con finanziamenti decisivi e con l’accesso a un ecosistema intellettuale e finanziario che negli ultimi anni ha iniziato a ridefinire i rapporti tra tecnologia, potere e Stato.
Questo elemento è importante perché spiega una caratteristica fondamentale del pensiero di Thiel: il tentativo di interpretare la politica contemporanea non attraverso le categorie ideologiche tradizionali ma attraverso la trasformazione delle infrastrutture tecniche. Per secoli la politica moderna si è organizzata attorno a ideologie, partiti e mobilitazioni di massa perché operava dentro lo spazio dello Stato territoriale. Oggi, secondo Thiel, una parte crescente del potere non passa più da lì. Passa dai sistemi che organizzano informazione, calcolo e decisione. In questa prospettiva la tecnologia non è semplicemente uno strumento della politica; è l’ambiente dentro cui la politica prende forma.
È qui che vorrei provare a collocare la sua lettura dell’Anticristo. Nelle sue lezioni e conversazioni pubbliche degli ultimi anni Thiel ha sostenuto più volte che il vero rischio per l’umanità non sia il caos ma il suo opposto: la possibilità che il mondo venga stabilizzato da un potere globale capace di eliminare il conflitto e amministrare la pace universale. In una formulazione molto citata ha affermato che l’unificazione del mondo sotto un unico Stato globale sarebbe sostanzialmente equivalente alla figura dell’Anticristo. Non perché quel potere sarebbe necessariamente violento, ma perché eliminerebbe la pluralità politica congelando la storia dentro un ordine amministrativo permanente. L’Anticristo, in questa lettura, non è il distruttore del mondo ma il garante della sua stabilità.
Per descrivere questo rischio Thiel richiama spesso un passaggio della Prima Lettera ai Tessalonicesi: “quando diranno pace e sicurezza, allora verrà la rovina improvvisa”. Nella sua interpretazione questa frase contiene lo slogan dell’Anticristo. Ma il potere che promette sicurezza assoluta, protezione dai rischi globali, dalle guerre, dalle catastrofi climatiche o tecnologiche, potrebbe diventare proprio il potere che neutralizza la libertà politica dell’umanità. Thiel ha studiato René Girard e la sua teoria della violenza mimetica. Secondo Girard le società cercano continuamente meccanismi per contenere il conflitto e rischiano, nel farlo, di produrre istituzioni sempre più centralizzate. La promessa di sicurezza diventa così il dispositivo attraverso cui il potere si espande. L’interpretazione di Thiel è che l’Anticristo non è il caos ma la pacificazione definitiva della storia: un’autorità globale che elimina la politica trasformandola in amministrazione.
È una lettura potente, ma diventa più problematica quando la si osserva alla luce dell’infrastruttura tecnologica che lo stesso Thiel ha contribuito a costruire negli ultimi vent’anni. Le tecnologie che orbitano attorno alla sua traiettoria imprenditoriale, in particolare quelle sviluppate da Palantir Technologies, non funzionano infatti come uno Stato mondiale che occupa territori e governa popolazioni attraverso un centro politico visibile. Funzionano piuttosto come una rete di capacità computazionale distribuita che attraversa confini, collega istituzioni, analizza flussi di dati e produce modelli predittivi capaci di orientare decisioni economiche, militari e amministrative.
Cosi ora non posso non ricordare la tesi del grande Franco Farinelli: il geografo politico filosofico ha mostrato come lo Stato moderno sia inseparabile dalla rappresentazione cartografica dello spazio. La politica moderna nasce quando il mondo viene trattato come una superficie continua sulla quale il potere può tracciare confini, delimitare territori e organizzare giurisdizioni. In altre parole, lo Stato è una forma di potere che presuppone uno spazio topografico: una superficie omogenea che può essere mappata e amministrata.
Ma le infrastrutture digitali non operano più dentro questa geometria! Sistemi come Palantir o i grandi modelli linguistici non governano superfici ma relazioni tra dati. Lo spazio che organizzano non è topografico ma topologico: una rete di nodi, correlazioni e dipendenze statistiche all’interno della quale il potere non ha bisogno di occupare territori perché può limitarsi a frequentare flussi informativi e a orientarne le probabilità.
L’imprenditore che teme l’Anticristo come potere globale centralizzato è anche uno dei protagonisti della costruzione di un ambiente cognitivo in cui la verità rischia di essere sostituita dall’efficacia del modello. Non si tratta soltanto di strumenti teorici o piattaforme digitali: le tecnologie sviluppate all’interno del suo sistema imprenditoriale operano già nei sistemi di intelligence, nelle infrastrutture militari, nei programmi di analisi per la sicurezza e nelle architetture di sorveglianza su larga scala. Non un impero mondiale visibile ma qualcosa di molto più silenzioso: infrastrutture capaci di analizzare flussi di dati, orientare decisioni strategiche e produrre risposte probabilistiche indistinguibili dalla saggezza pur rimanendo prive di responsabilità umana.
Thiel a Roma non è un pellegrino, è l’architetto di uno spazio politico nuovo, non più disegnato sulla superficie degli Stati ma sulle relazioni tra dati. Uno spazio topologico che promette di salvare la storia dal caos mentre prepara un mondo in cui la storia potrebbe semplicemente diventare superflua.
Il fatto stesso che venga a Roma non è irrilevante. È l’ultimo passaggio di un processo di legittimazione culturale che la Silicon Valley cerca da tempo. La tecnologia ha trasformato il mondo ma non possiede ancora una genealogia simbolica all’altezza del potere che esercita. Venire a Roma significa provare a battezzare quel potere, innestarlo dentro una storia molto più lunga della stessa modernità tecnologica. Un’operazione che somiglia a una OPA sui simboli. Non un pellegrinaggio ma un tentativo di acquisizione culturale. Se la tecnologia riesce a presentarsi come l’ultima difesa contro l’omologazione globale, contro l’Anticristo amministrativo che congela la storia, allora smette di essere soltanto infrastruttura e diventa qualcosa di più: una forza sacra. Ma è un sacro capovolto. Un sacro che non libera l’uomo dal potere, bensì lo lega sempre più profondamente a un’infrastruttura senza la quale diventa difficile perfino stabilire che cosa sia vero e che cosa sia falso.
Il katechon, la forza che nella tradizione cristiana trattiene l’avvento dell’Anticristo e impedisce la chiusura della storia, per Thiel coincide con il progresso tecnologico, con l’innovazione che impedisce al mondo di stabilizzarsi in un unico ordine globale. Ma l’infrastruttura tecnologica che sta emergendo potrebbe diventare qualcosa di ancora più radicale: non ciò che trattiene l’Apocalisse, bensì ciò che rende progressivamente inutile la domanda sulla verità. La tradizione cristiana è un’ altra cosa; ha elaborato molto tempo fa un metodo per disinnescare proprio questa tentazione. Per Agostino la storia umana è attraversata da due città che non coincidono mai completamente: la civitas Dei e la civitas terrena. La prima non è un’istituzione visibile, la seconda non può mai pretendere di incarnare definitivamente la verità. Questa distinzione non elimina il potere, ma gli impedisce di trasformarsi in assoluto. È qui che si trova forse la risposta più sobria alla tentazione dell’Anticristo. Non costruire un ordine perfetto capace di salvare la storia, ma ricordare che nessun potere religioso, politico e tecnologico, può identificarsi con la verità ultima senza trasformarsi immediatamente nel suo simulacro.
Se esiste un luogo adatto per discutere questa tensione ecco perchè Roma è il posto giusto. Non perché possieda un’autorità simbolica superiore rispetto ai laboratori della Silicon Valley, ma perché ricorda che la questione dell’Anticristo non riguarda soltanto la forma dello Stato o l’ordine politico del mondo. Riguarda il rapporto tra verità, parola, simulazione e corpo. È qui che emerge uno dei punti più fragili dell’universo culturale della Silicon Valley. Il digitale opera nello spazio dell’informazione, dei modelli e delle correlazioni statistiche, ma non possiede un corpo. Può produrre linguaggi, immagini, previsioni, può simulare il pensiero e perfino imitare l’intelligenza, ma non può incarnarsi. E proprio per questo il suo rapporto con il sacro resta inevitabilmente incompleto. La tradizione cristiana ha sempre insistito su un punto che la tecnologia fatica a comprendere: la verità non è soltanto un enunciato corretto o un modello efficace, ma qualcosa che si manifesta nella storia attraverso un corpo. È questa dimensione incarnata che impedisce alla verità di ridursi a simulazione e forse è proprio qui che il discorso sull’Anticristo ritorna alla sua radice più antica; non nella forma di un potere visibile che domina il mondo, ma nella possibilità che il linguaggio della verità venga progressivamente sostituito da un sistema capace di produrre risposte plausibili senza avere mai bisogno di incarnarle.
La verità non è soltanto parola, è anche corpo. Ed è proprio su questo terreno, dove il linguaggio incontra la materia dell’esperienza umana, che le tecnologie contemporanee, guidate da Thiel e da pochi altri stanno trasformando in modo radicale la nostra esperienza del mondo.
Immagine: Thiel e Musk nel 2000 (Paul Sakuma/ Ap/ Lapresse)