Il Premio letterario Dessì, a Villacidro, funziona perché non pretende di essere autosufficiente. È un punto di intensità, non un fine. La sua efficacia non sta solo nei nomi premiati o nella qualità delle opere, ma nel fatto che lascia una traccia che non viene immediatamente archiviata. È da qui che si può provare a leggere il lavoro della Fondazione Dessì non come una sequenza di iniziative culturali, ma come l’abbozzo di un metodo.
Un primo elemento è la continuità temporale. La Fondazione non tratta il premio come un evento isolato, ma come una soglia che apre e chiude cicli di lavoro più lunghi. Le attività che si sviluppano nei mesi successivi, laboratori, percorsi con le scuole, aperture di Casa Dessì, camminate narrative, incontri pubblici, non sono collaterali, ma costituiscono il vero tessuto connettivo. Qui la cultura non viene compressa nel formato del festival, ma diluita nel tempo, assumendo una forma meno spettacolare e più abitabile.
Il secondo elemento riguarda il rapporto con il territorio, inteso non come cornice identitaria, ma come materiale narrativo attivo. Villacidro non è evocata come “luogo di Dessì” in senso museale, ma come spazio ancora interrogabile. I paesaggi, i sentieri, le case, l’acqua, le memorie locali entrano nel lavoro culturale non per essere celebrati, ma per essere riattraversati. In questo senso, la letteratura non serve a fissare un’immagine del territorio, ma a mantenerla instabile, aperta, discutibile.
C’è poi un terzo livello, più sottile: la centralità della comunità come co-autrice, non come pubblico. Le attività della Fondazione coinvolgono scuole, associazioni, cittadini non come destinatari passivi, ma come soggetti che partecipano alla produzione di senso. Questo spostamento è decisivo: la cultura non viene portata a Villacidro, ma praticata con Villacidro. È una differenza piccola solo in apparenza, perché cambia il ruolo stesso dell’istituzione culturale, che smette di essere dispensatrice e diventa infrastruttura relazionale.
Da qui si può intravedere un quarto elemento, che riguarda l’innovazione, ma in una forma non tecnologica. L’innovazione che emerge non è fatta di strumenti nuovi, ma di combinazioni diverse: tra parola scritta e oralità, tra spazio fisico e racconto, tra memoria e presente. È un’innovazione di metodo, non di formato, che prova a usare la letteratura come dispositivo per leggere trasformazioni sociali, fragilità demografiche, tensioni generazionali. Non per risolverle, ma per renderle dicibili.
Se questo è un metodo, allora è un metodo fragile, incompiuto, e proprio per questo interessante. Non promette sviluppo, non garantisce risultati misurabili, non si presta facilmente alla rendicontazione. Ma ha un valore politico nel senso più concreto del termine: ridefinisce, anche solo per brevi periodi, cosa significa essere centro e cosa periferia, chi parla e chi ascolta, dove si produce cultura e dove la si riceve.
La sfida, per la Fondazione Dessì, non è tanto crescere di scala, quanto restare fedele a questa postura: tenere aperto il tempo lungo, resistere alla tentazione dell’evento autosufficiente, continuare a usare la letteratura non come ornamento, ma come strumento di orientamento. In un paese come Villacidro, questo può non sembrare molto, in realtà, è già un lavoro raro.