Il mondo non è un modello. Stato e imperi digitali

La nascita dello Stato moderno non è un fatto giuridico. È un fatto cognitivo. Prima ancora che apparisse come apparato di leggi, confini e istituzioni, lo Stato ha preso forma come immagine del mondo.

Con il geografo, esploratore Alexander von Humboldt questa immagine alla fine del ‘700 diventa finalmente operativa in senso pieno. Humboldt intuisce che la borghesia, chiamata a governare dopo la frattura rivoluzionaria, non dispone ancora di un sapere adeguato sul mondo. Il paesaggio, l’unica forma di natura allora familiare alla cultura borghese, presente nei quadri appesi alle pareti domestiche, diventa per lui il punto di ingresso di una strategia cognitiva. Non per contemplare la Terra, ma per rieducare lo sguardo: trasformare l’esperienza sensibile in conoscenza scientifica, l’emozione estetica in misura, comparazione, relazione.
Il paesaggio smette così di essere una scena e diventa un dispositivo. La Terra non è più ciò che accade sotto i piedi, ma ciò che può essere osservato, messo in serie, tradotto in dati e correlazioni. Humboldt non descrive semplicemente il mondo: costruisce un metodo per renderlo leggibile a distanza, governabile senza presenza, dominabile attraverso la conoscenza. Non è un caso che questa operazione accompagni l’ascesa della borghesia e la stabilizzazione degli Stati nazionali: governare richiede che il mondo stia fermo abbastanza a lungo da poter essere conosciuto e conoscibile abbastanza da poter essere amministrato.

È qui che lo Stato moderno si dà le sue tre condizioni di esistenza, come ha mostrato con precisione lo straordinario geografo Franco Farinelli. La prima è la continuità territoriale: lo Stato deve coincidere con un’estensione unica e compatta, senza fratture, enclave o discontinuità interne, perché solo uno spazio continuo può essere amministrato come un tutto. La seconda è l’omogeneità simbolica: gli abitanti devono essere resi equivalenti attraverso una lingua, una religione, una cultura politica comuni, così che lo spazio possa essere trattato come popolato da unità intercambiabili. La terza è l’isotropia: l’esistenza di un centro unico, la capitale, verso cui ogni punto del territorio è, almeno in teoria, funzionalmente orientato.
Queste tre condizioni sono strutturali. Senza continuità non c’è controllo, senza omogeneità non c’è amministrazione, senza isotropia non c’è decisione. La mappa non rappresenta lo Stato ma lo produce. Il mondo diventa reale, per lo Stato moderno, solo nella misura in cui riesce a conformarsi alla sua rappresentazione.

Questa architettura non è eterna. Inizia a incrinarsi quando il funzionamento del mondo smette di coincidere con ciò che è visibile e cartografabile. Con la Rete, con la globalizzazione, con l’informatizzazione dei processi, lo spazio metrico perde centralità. Il mondo continua a esistere, ma non funziona più secondo le regole che lo Stato moderno aveva interiorizzato come naturali.
Da qui la crisi, che non è debolezza ma inadeguatezza strutturale. Non perché gli Stati non capiscono la Rete, come se si trattasse di un ritardo culturale o tecnologico, ma perché continuano a operare con categorie, territorio continuo, centro decisionale, popolazione omogenea, che non corrispondono più al modo in cui il mondo funziona. Il problema non è cognitivo in senso stretto, è ontologico: ciò che produce effetti decisivi non coincide più con ciò che può essere visto, delimitato o rappresentato.
Gli Stati non smettono di esercitare potere; continuano a decidere, imporre norme, tassare, reprimere, stringere alleanze. Ciò che viene meno è la possibilità di ricondurre questo potere a uno spazio unitario e coerente, come avveniva nello Stato moderno. Molte decisioni che producono effetti politici, economici e sociali rilevanti non avvengono più dentro un territorio chiaramente delimitabile: una modifica algoritmica decisa da una piattaforma può alterare mercati del lavoro e flussi informativi in decine di Paesi; una scelta logistica o finanziaria presa altrove può generare crisi locali senza che vi sia stata alcuna decisione locale; un’infrastruttura cloud rende i dati simultaneamente ovunque e in nessun luogo.

Per questo gli Stati non cercano davvero di ricostruire la continuità perduta, obiettivo ormai irrealistico, ma si riorientano verso un’altra pratica di governo: la gestione della discontinuità. Non governano più superfici omogenee, ma presidiano nodi critici da cui dipende il funzionamento del sistema. Porti strategici, zone franche, corridoi energetici, snodi logistici, data center, AI politiche diventano così luoghi di concentrazione del potere statale. Non spazi da amministrare come un tutto, ma punti decisivi, spesso regolati in regime di eccezione, in un mondo che non può più essere trattato come una superficie continua.

È in questo spazio che emergono le big tech. Ma questo spazio non è vuoto, né neutro: è già attraversato da forme di potere che non coincidono più con lo Stato moderno e che assomigliano sempre meno agli Stati-nazione così come li abbiamo conosciuti. Non come anti‑Stati, né come nuovi imperi sovrani, ma come apparati di funzionamento. Le big tech non sfidano gli Stati forti: li prolungano. Ma qui è necessario chiarire che cosa intendo oggi per Stati forti. Sempre meno Stati nel senso moderno del termine, sempre più configurazioni imperiali: Stati Uniti, Cina, Russia e quelli che verranno, che non fondano più il proprio potere sulla continuità territoriale e sull’omogeneità interna, ma sulla capacità di proiettare forza, standard, infrastrutture e dipendenze ben oltre i propri confini formali. Gli Stati forti, a loro volta, non regolano davvero le big tech: le incorporano come infrastrutture strategiche. Non è un’alleanza ideologica, ma una simbiosi funzionale, fondata sulla capacità reciproca di imporre costi di ogni tipo, compresi quelli umani, agli altri. In questo senso, il rapporto tra big tech e questi nuovi imperi non replica il rapporto tra Stato e mercato tipico della modernità: lo eccede. L’impero non ha bisogno di omogeneità, né di isotropia; tollera discontinuità, pluralità giuridiche, zone d’eccezione. Le piattaforme, a loro volta, non hanno bisogno di sovranità simbolica, ma di protezione, accesso, scala. La loro alleanza non ricostruisce lo Stato moderno: lo scavalca, utilizzandone i residui quando servono.

Le piattaforme non hanno bisogno di legittimità simbolica; gli Stati non hanno più la capacità di governare la complessità operativa. La divisione del lavoro appare perfetta. Le prime forniscono calcolo, previsione, sorveglianza, coordinamento; i secondi forniscono diritto, coercizione, responsabilità politica. Dire che questo assetto governa senza rappresentare non significa che eserciti potere senza produrre immagini del mondo, né che operi fuori da ogni forma di legittimazione. Al contrario: le piattaforme rappresentano incessantemente il mondo attraverso interfacce, dashboard, metriche, ranking, raccomandazioni. Producono immagini operative della realtà, senza le quali non sarebbe possibile agire. Ciò che viene meno non è la rappresentazione in quanto tale, ma la rappresentazione come spazio pubblico di mediazione politica.
Non è che il potere agisca senza ideologia, ma è che l’ideologia sia incorporata nel funzionamento stesso dell’infrastruttura. La performance tecnica non sostituisce la legittimazione: la naturalizza. L’uso ripetuto, la cattura di bisogni e desideri trasformano una soluzione contingente in un orizzonte percepito come inevitabile. È in questo senso che nessuno dei due governa da solo, e insieme rendono governabile un mondo che non si lascia più rappresentare secondo le forme della decisione democratica classica. Questa non è una soluzione, ma un problema politico di prima grandezza: una configurazione di potere che va resa visibile, criticata e combattuta, non accettata come semplice esito dell’efficienza tecnica.

Qui si affaccia una nuova teoria implicita, che può essere resa più precisa. Non una teoria della Terra, come in Humboldt, ma una teoria del passaggio dalla mappa al modello predittivo. Nello Stato moderno la mappa produceva il territorio. Oggi il modello produce il comportamento. La differenza è radicale; la mappa è statica e richiede conformità spaziale; il modello è dinamico e richiede conformità temporale. Non importa più che il cittadino sia omogeneo nel senso ottocentesco, lingua, religione, cultura, ma che sia prevedibile. La nuova omogeneità non è culturale, è statistica.

In questo passaggio lo Stato muta funzione. Non è più il luogo in cui si produce la decisione, ma diventa il front‑end politico di un potere che opera altrove. Lo Stato gestisce la visibilità del conflitto, la responsabilità del fallimento, il costo sociale delle crisi: proteste, disoccupazione, instabilità, violenza. La piattaforma, invece, governa il back‑end: l’estrazione del valore, l’allocazione delle risorse, la logica decisionale incorporata nei modelli. È una simbiosi asimmetrica, quasi parassitaria: lo Stato sopravvive come interfaccia del malcontento, mentre le decisioni reali vengono prese in un altrove algoritmico che non ha un indirizzo politico a cui presentare ricorso.

In questo assetto l’isotropia è definitivamente infranta. Non esiste più un centro verso cui tutto converge, ma una topologia di punti di accesso. La realtà operativa coincide con la prossimità ai nodi: ci sono, come ho scritto sopra, hub logistici, server farm, distretti finanziari, corridoi energetici. Chi è vicino a questi nodi è dentro il mondo che conta; chi ne è lontano scivola nelle zone d’ombra dell’infrastruttura, dove non si è governati, ma semplicemente ignorati. Non è un ritorno al passato, ma una forma di neofeudalesimo tecnologico, in cui la sovranità non è legata alla terra, ma al controllo delle infrastrutture di calcolo e di trasporto.
Questa teoria, dicevo, non si presenta come tale. Non ha un autore, non ha un manifesto, non ha un lessico filosofico condiviso. Vive in standard, modelli, API, policy tecniche. Ed è proprio qui il suo punto di forza: non chiede di essere creduta, chiede solo di essere usata. La legittimità non deriva dal consenso, ma dalla performance. Funziona? Allora non può essere messa in discussione.
A differenza della teoria di Humboldt, però, questa teoria non costruisce un’immagine condivisa del mondo. Governa senza raccontare e decide senza rappresentare, ottimizza senza spiegare. E quando qualcosa va storto, lo Stato resta l’unico soggetto visibile a cui attribuire responsabilità.
Le big tech non vogliono diventare Stati. Vogliono che lo Stato accetti di diventare l’interfaccia politica di un potere che non controlla, mentre la piattaforma diventa l’infrastruttura reale di decisioni che nessuno ha mai votato.
Se questa è la traiettoria,non mi interessa sapere quale sarà la prossima teoria umboldtiana. Mi interessa capire se siamo ancora capaci di produrre una teoria che non serva a fondare un nuovo ordine, ma a rendere instabile quello che si presenta come inevitabile. Non una nuova mappa del mondo, ma un modo per ricordare che ciò che oggi funziona potrebbe anche funzionare diversamente.
Forse, oggi, il pensiero non deve più offrire immagini in cui abitare, ma strumenti per non coincidere completamente con l’infrastruttura che ci governa. Ma questo non basta ancora. Perché anche se questa forma di governo del mondo fosse la più efficiente, la più efficace, la più razionale possibile, non è il mondo in cui voglio vivere. Un pianeta ridotto a modellino operativo, a sistema da ottimizzare, a superficie di calcolo può funzionare meglio, ma funziona meglio per chi decide, non per ciò che resta fuori dal modello.

E c’è dell’altro. Questa trasformazione non cambia solo le forme del potere, ma anche quelle del conflitto. Se il governo del mondo avviene per nodi, infrastrutture e punti critici, anche l’opposizione smette di assumere la forma classica della massa contro lo Stato. Il conflitto, in questo scenario, non si presenta più come alternativa simmetrica al potere né come rovesciamento frontale. Non perché sia diventato più debole o più etico, ma perché il potere stesso non è più concentrato in un centro conquistabile. Quando il governo opera per infrastrutture, standard e continuità operativa, il conflitto emerge come attrito, frizione, costo imprevisto. Non interrompe il sistema per distruggerlo, ma lo espone ai suoi limiti: rallentamenti, rigidità, punti ciechi.

Se una teoria oggi ha ancora senso, non è per costruire lo Stato che viene, ma per opporsi a questa chiusura. Von Humboldt voleva rendere il mondo leggibile ma forse oggi il compito è inverso: imparare a renderlo di nuovo, almeno in parte, illeggibile agli occhi della macchina. Non per oscurantismo o rifiuto della tecnica, ma per salvaguardare quello scarto irriducibile tra l’essere umano e il suo dato, tra la vita e la sua funzione.
Non si tratta di sabotare le macchine, né di opporsi in modo frontale alle infrastrutture che già organizzano il mondo. Si tratta piuttosto di mettere in crisi i modelli che pretendono di esaurire la realtà: introdurre instabilità dove si vuole solo previsione, discontinuità dove si cerca continuità operativa, zone di opacità dove tutto dovrebbe essere trasparente e calcolabile. Forse è da qui che può prendere forma una teoria dell’instabilità: non come programma politico chiuso, ma come pratica critica che impedisce al mondo di coincidere interamente con il suo modello e all’efficienza di diventare l’ultimo argomento contro ogni altra forma di vita possibile.

Immagine: How Not to Be Seen (2013) di Hito Steyerl
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