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Censurare le bufale è come censurare la vita

La post verità è sempre esistita. Oggi pare se ne sia accorto anche il mondo dei non addetti ai lavori, che grazie al Web non sono pìù solo i giornalisti e i media. Nel 1500 Cervantes fa il fact checking nel Don Chisciotte e molti altri prima di lui. Visto il successo del primo libro del suo personaggio più famoso un autore anonimo scrisse il seguito della storia e Cervantes per sbeffeggiarlo e ricondurre la post verità a verità scrisse il secondo volume. Si leggono, ridendo spesso, le condizioni di vita di un autore, di uno stampatore, di un lettore. Don Chisciotte modifica il suo percorso andando a Barcellona invece che a Saragozza per rimarcare la differenza rispetto al racconto del testo del falso Don Chisciotte e dimostrane quindi la falsità. Alla fine del romanzo Cervantes fa morire Don Chisciotte per essere sicuro che nessun altro libro falso possa essere scritto, stampato e letto. Arriva alla censura della vita impedendo al suo protagonista di leggere un’altra menzogna quando si accorge che nei libri si trovano falsità, quando si accorge che gli stampatori non sono sempre portatori di veridicità. Del resto anche la storia della stampa ci racconta. Gli artigiani stampatori subito dopo Gutenberg si organizzarono in coorporazione portano nelle loro botteghe lavoratori e iniziarono cosi a gestire il processo di creazione e commercio dei libri. Le istituzioni poi pensarono con autorizzazioni e registrazioni a come rendere affidabili e responsabili questi stampatori. Se andate a Londra e vi va cercate Stationers’Hall, troverete dei registri con titoli di libri e relativi stampatori, uno dei primi modi per rivendicare il contenuto di un libro. Nacque cosi l’identità della stampa. Gli stampatori poi hanno cambiato nome e dopo varie vicissitudini storiche e economiche sono diventati editori. Un’editore con un’idea e un’identità precisa dava la possibilità agli autori di veder pubblicato il loro lavoro. E cosi in teoria funziona ancora oggi.
Ovviamente non ha più senso distinguere vecchi e nuovi media nell’epoca dell’ecologia dei media. Come non ha senso parlare di sorveglianza come propone Ilvo Diamanti qui. Perché i social network dovrebbero essere sorvegliati in maniera diversa da una piazza, da una strada o da un giornale? E i giornali da chi sono sorvegliati? Grazie alla democrazia, eccetto la diffamazione, chiunque può scrivere qualsiasi cosa su ogni cosa e su tutti e speriamo rimanga cosi. Naturalmente vale sia per i vecchi che per i nuovi media anche se dalla Germania che pare voler multare Facebook se riporta notizie false, arrivano notizie preoccupanti per la libertà di espressione.
Anche i social network ormai sono editori, o meglio sono un grande contenitore di editori. Le nostre bolle sociali sul web ci mostrano opinioni e commenti simili ai nostri. I nostri amici la pensano come noi, i nostri amici su google spesso trovano le nostre stesse informazioni, i non amici altre. Le bolle sono i nuovi editori. Hanno un’identità, scrivono cose più o meno vere, come i giornali del resto. La reputazione la lasciamo a parte non sta più da una parte o dall’altra. Ognuno soprattutto se autore se la deve guadagnare, giorno per giorno. Lasciamo ai regimi le multe, le censure e la sorveglianza sulle bufale e sulla post verità. C’è bisogno però di un metodo, una continua ricerca su come fare buona informazione e come dare alle nuove generazioni strumenti di lettura critica dell’informazione. Trovare le fonti è un buon inizio, documentare il fatto anche, stare nella legalità, nell’accuratezza, nella trasparenza pure. Serve poi assumersi la responsabilità per quello che si scrive e si produce. E’ solo l’inizio di un ragionamento che si potrebbe fare con tutti quelli che hanno a cuore il problema. C’è molto da fare evitando da subito contrapposizioni tra vecchi e nuovi media, caste e diritti acquisiti chissà come.