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Espropriare il Web.

C’è una grande narrazione portata avanti in questi ultimi venti anni nella Silicon Valley, dal mondo delle startup e da una parte dell’innovazione sociale che ha stravolto e distrutto il significato del Web riconducendo tutto il suo senso a quello di una proprietà individuale. Un racconto che ha portato a valorizzare e mettere al primo posto chi ce la faceva, con la sua app, con il suo social, con la sua azienda. Un racconto che di fatto ha privatizzato il Web tra una colpevole mondana propaganda, soprattutto in Italia, e una politica e una legislazione disattenta e inadeguata. Trasformandolo in una questione di diritto privato il Web è diventato quello che non avrebbe mai dovuto essere. O almeno non solo. Un posto di mercato, un posto esclusivo per il capitale e per la finanza, un mondo speculativo. Uber, Airbn, Facebook e tutti gli altri hanno occupato, legittimamente, lo spazio pubblico del Web e noi colpevolmente glielo abbiamo lasciato fare. Forse è ora di tornare un po’ indietro o meglio di andare avanti ma con un altro modello anch’esso del tutto legittimo. Ci sono  delle fasce di diritto come le ha chiamate il premio Nobel Elinor Orstrom tra proprietà privata e proprietà collettive che possono essere interpretate e occupate per l’interesse pubblico. In fondo anche la proprietà privata che nasce dal diritto romano riconosceva alla proprietà privata solo un valore patrimoniale mentre destinava alle proprietà collettive anche un altro valore e significato. Culturale e civico.
La storia di Villa Borghese a Roma, la laguna di pesca di Venezia e molti altri ne sono esempio. La villa e il maestoso parco di proprietà della famiglia Borghese rimane chiusa e tranne qualche festività inaccessibile. Fino a quando una sentenza della Cassazione del 1887 decide di destinare Villa Borghese al diritto di uso pubblico. Cambia il significato di quello spazio paesaggistico e culturale e diventa civico. E a nulla servono le rivendicazioni della famiglia Borghese per riappropriarsi della struttura. I giudici continuano a riconoscere alla comunità uno ius deambulandi su quella proprietà privata che da privata diventa di uso pubblico, anche nella gestione, per la comunità.
Il Web non può più sottostare alla legislazione attuale ma ha bisogno di nuove regole, di una nuova legislazione, di una forte apertura che rompa l’esclusivo schema tra diritto privato e diritto pubblico. La via delle proprietà collettive e degli usi civici è una nuova recuperata e possibile via per restituire al Web il suo senso civico. Come scrisse Cattaneo, “non sono abusi, non sono privilegi, non sono usurpazioni, ma è un’altro modo di possedere, un’altra legislazione, un altro ordine sociale.”
Occupare i grandi sistemi del Web. Un altro modo di possedere, civicamente e insieme.